Perché ho scelto di stare dalla parte del No
Da almeno trent’anni sento parlare dell’importanza della formazione. Ne parlano le imprese, le istituzioni, i politici, i sindacati, le società di consulenza, gli enti formativi e, naturalmente, noi formatori.
La formazione accompagna il cambiamento, sviluppa competenze, migliora le performance, favorisce l’occupabilità e rende le organizzazioni più competitive. Tutto vero.
Eppure, in questo racconto corale, c’è una voce che si sente molto meno delle altre: quella delle persone alle quali la formazione è destinata.
Non perché i discenti non ne riconoscano il valore. Al contrario, molto spesso sono proprio loro a desiderare occasioni serie di crescita e aggiornamento. Ma sono anche quelli che ne vedono più chiaramente le contraddizioni, perché le incontrano in prima persona.
Quando tutto è già stato deciso
In trent’anni di lavoro sono entrato molte volte in aule nelle quali i partecipanti non sapevano perché fossero stati convocati.
Nessuno aveva spiegato loro con chiarezza la finalità del percorso. Nessuno aveva verificato se i contenuti rispondessero a un bisogno reale. Nessuno si era preoccupato di capire se quello fosse il momento adatto, se esistessero altre priorità o se le persone avessero il tempo e le condizioni per dedicarsi seriamente alla formazione.
Quando il discente entra in scena, spesso il programma è già stato scritto, il calendario definito, il formatore scelto, le ore finanziate e i risultati attesi formalizzati.
Tutto è pronto. Manca soltanto lui.
A quel punto gli si chiede di partecipare, possibilmente con interesse e motivazione. Se invece appare distratto, disincantato, critico o apertamente resistente, è facile concludere che il problema sia il suo atteggiamento.
Ma siamo sicuri che sia sempre così?
Il formatore arriva dopo
Il formatore è spesso l’ultimo anello di questa catena. Entra in aula quando tutte le principali decisioni sono già state prese e si trova davanti le conseguenze di ciò che è accaduto prima.
È lui a incontrare il gruppo che non è stato informato, le persone che avrebbero preferito essere altrove, chi considera il corso inutile, chi vi partecipa soltanto perché obbligato e chi ha già vissuto troppe esperienze formative deludenti per concedere ancora fiducia.
A quel punto deve fare molto più che trasmettere contenuti. Deve ricostruire il senso del percorso, ascoltare le obiezioni, comprendere le aspettative, recuperare la motivazione e creare le condizioni perché quelle ore possano trasformarsi in un’esperienza utile.
A volte ci riesce. A volte no.
Ma non possiamo continuare a pensare che la qualità della formazione dipenda esclusivamente da ciò che accade in aula. Un bravo formatore può correggere molto, ma non dovrebbe essere chiamato ogni volta a riparare un progetto nato senza ascoltare i suoi destinatari.
La formazione è anche un sistema di interessi
La formazione è una risorsa straordinaria, ma è anche un settore economico e organizzativo.
Intorno a ogni intervento esistono esigenze legittime: utilizzare risorse disponibili, rispettare vincoli amministrativi, completare programmi, raggiungere obiettivi aziendali, erogare un certo numero di ore e documentare correttamente ciò che è stato fatto.
Il problema nasce quando questi obiettivi, anziché sostenere l’apprendimento, finiscono per sostituirlo.
Un corso può essere progettato, finanziato, organizzato, erogato e rendicontato in modo impeccabile. Può soddisfare il committente, il fornitore e tutti gli attori coinvolti. Ma se non produce alcun cambiamento nelle persone alle quali era rivolto, possiamo davvero considerarlo riuscito?
Diventare una “Nice company” è un attimo
Esiste poi un’altra contraddizione, forse ancora più sottile.
Oggi la formazione è anche un segnale reputazionale. Le aziende migliori investono sulle persone, favoriscono lo sviluppo delle competenze, curano il benessere, organizzano attività di team building e promuovono percorsi di crescita. Di conseguenza, fare formazione contribuisce a costruire l’immagine di un’organizzazione moderna, responsabile e attenta.
Il rischio è confondere l’immagine con la sostanza.
A volte si organizza un corso perché lo richiede il sistema qualità, perché lo prevedono gli standard adottati o perché occorre raggiungere determinati KPI. Altre volte perché, agli occhi del board, degli stakeholder o dei potenziali candidati, poter raccontare di investire sulle persone suona decisamente bene.
In alcuni casi la formazione rischia persino di diventare un contentino: un’iniziativa simbolica offerta al posto di un confronto più impegnativo su carichi di lavoro, possibilità di crescita, riconoscimenti economici o prospettive professionali. Una giornata di team building in una bella località può essere piacevole e anche utile. Ma non può risolvere, da sola, problemi di riconoscimento, equità o motivazione che hanno origini molto più profonde.
Non c’è nulla di sbagliato nel comunicare ciò che un’organizzazione fa per le proprie persone. Il problema nasce quando la formazione viene scelta soprattutto perché è più facile mostrarla che verificarne l’utilità.
Diventare una nice company, almeno nella presentazione istituzionale, può essere un attimo. Diventarlo anche nell’esperienza quotidiana delle persone richiede qualcosa di più.
Per fortuna, non tutta la formazione è così
Sarebbe però ingiusto, oltre che falso, trasformare questa riflessione in un’accusa indistinta verso l’intero sistema.
In questi anni ho lavorato anche con organizzazioni che considerano davvero il discente il punto di partenza. Prima di ogni intervento organizzano momenti di allineamento con il formatore, realizzano survey con i partecipanti, coinvolgono HR e responsabili, analizzano il contesto e, quando possibile, incontrano le persone con largo anticipo.
In alcuni casi la progettazione comincia mesi prima dell’ingresso in aula. Si ragiona insieme su chi coinvolgere, quali bisogni affrontare, che cosa chiedere ai partecipanti e quali condizioni siano necessarie affinché il percorso possa produrre risultati.
Queste organizzazioni dimostrano che lavorare diversamente è possibile.
Richiede più ascolto, più confronto e qualche passaggio in più. Può sembrare la strada più lunga, ma spesso evita incomprensioni, resistenze e interventi destinati a lasciare poco o nulla. Il tempo investito prima dell’aula non rallenta la formazione: ne aumenta la qualità e riduce il rischio di sprecare quello di tutti.
Anche per questo ho scritto Dalla parte del No. Non soltanto per mettere in discussione chi sceglie la via più breve o privilegia interessi diversi dall’apprendimento, ma anche per valorizzare chi ha già costruito modelli migliori.
Le buone pratiche esistono. Dovremmo renderle più visibili, imparare da esse e fare in modo che non rappresentino l’eccezione.
Perché dalla parte del No
Ho scritto Dalla parte del No per raccontare le dinamiche che ho osservato in tanti anni di aula e restituire importanza a due figure che, in modi diversi, rischiano di restare ai margini: il discente e il formatore.
Stare dalla parte del No non significa dare sempre ragione al partecipante, giustificare qualsiasi comportamento o rinunciare a chiedergli impegno e responsabilità. Significa prendere sul serio ciò che il suo dissenso può dirci.
La resistenza, il silenzio, il disinteresse e persino il conflitto possono segnalare che i contenuti non rispondono a un bisogno, che il metodo non è adatto, che il momento è sbagliato o che nessuno ha spiegato il senso dell’intervento. Può anche accadere che il progetto sia valido e che il partecipante non voglia mettersi in gioco. Ma dovremmo arrivare a questa conclusione dopo averlo ascoltato, non prima.
Il mio auspicio è che la formazione impari sempre più a guardarsi anche con gli occhi di chi la riceve e a mettere veramente la persona al centro del processo formativo. Perché questo è l’unico modo per far sì che l’investimento di tempo e di risorse produca davvero un ritorno e dia i suoi frutti.

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