Educare lo sguardo: arte, creatività e trasformazione nei contesti formativi
Ogni innovazione nasce da uno sguardo diverso sulla realtà. È proprio questa capacità di osservare, mettere in relazione e immaginare nuove possibilità che accomuna il mondo dell’arte e quello della formazione.
In questa edizione della Training Review abbiamo il piacere di dialogare con Susanna Ravelli, progettista culturale e della formazione professionale e ricercatrice indipendente nell’ambito dell’arte contemporanea. Da molti anni opera all’intersezione tra progettazione europea, pratiche artistiche, innovazione sociale e sviluppo delle competenze, collaborando alla realizzazione di numerosi progetti nazionali e internazionali.

In questa conversazione ci accompagna in una riflessione sul ruolo dei linguaggi artistici come strumenti di apprendimento, partecipazione e cambiamento, offrendo uno sguardo originale sul rapporto tra creatività, formazione e sviluppo delle persone.
Vi auguriamo una buona lettura.
T.R. Nel tuo percorso professionale convivono arte, formazione, coaching ed europrogettazione. C’è stato un momento in cui hai capito che i linguaggi artistici potevano diventare anche strumenti di apprendimento e trasformazione?
S.R. Rileggendo il mio percorso professionale non saprei definire un momento in cui l’arte sia diventata protagonista. Ho iniziato subito come curatrice, ma anche come progettista culturale, per passare all’editoria dell’arte e via via intrecciare altre esperienze di progettazione di scala territoriale. Oggi la sensibilità verso approcci interdisciplinari che adottino le pratiche artistiche è più diffusa e le esperienze molto più conosciute e apprezzate, anche in ambiti tecnici e specialistici come la pianificazione territoriale su grande scala o la cooperazione internazionale. Non è sempre stato così semplice proporre, soprattutto in ambito di politiche pubbliche sociali o ambientali, esperienze artistiche o di partecipazione attiva. Piccoli passi che sono diventati processi integrati sempre più consolidati e recepiti.
L’arte è anche uno straordinario strumento di indagine anche nelle progettazioni più complesse di scala territoriale, ambientale o sociale. Gli artisti sono in grado di dialogare con le comunità, attivano processi di sperimentazione sulla qualità dell’ambiente o sulle dinamiche sociali, anche le più critiche.
Possiamo annoverare molte esperienze positive in ogni ambito, ma a mio avviso soprattutto in quelle situazioni in cui, di norma, la vulnerabilità, se pur transitoria, della persona pone condizioni di marginalità o esclusione.
T.R. Molte persone associano ancora l’arte principalmente all’espressione estetica o all’intrattenimento. Quali sono, secondo la tua esperienza, i principali benefici educativi e formativi che possono nascere dall’utilizzo di linguaggi artistici come il teatro, la musica, la scrittura o le arti visive?
S.R. Ho sempre pensato che l’arte sia in grado di accompagnare la crescita di ogni individuo. La creatività e l’immaginazione sono modalità che attiviamo per conoscere e capire il mondo. La fantasia, asseriva Rodari, non è una fuga dal reale, ma strumento critico per analizzarlo, cambiarlo, viverlo e vivere liberi. Non è una questione di età: l’arte può attraversare la nostra vita come pungolo di riflessione, come piacere e godimento estetico o immersivo, come esplorazione di sé o esperienza di meraviglia, ma sempre più anche come forma attiva di benessere. I linguaggi e le pratiche artistiche si confrontano con le questioni che appartengono alla vita. Conoscere l’arte nelle sue produzioni o partecipare a pratiche artistiche aperte al pubblico, visitare musei è una forma di educazione e di formazione informale che arricchisce le prospettive di visione. Artiste e artisti esplorano ogni disciplina come terreno di ricerca e di esperienza capace di far emergere strutture della realtà che spesso non vediamo o a cui non prestiamo cura o sguardo. Educare lo sguardo, l’ascolto, pensare al corpo come linguaggio o al fare come forma di pensiero trasformano la nostra percezione e la capacità di scegliere. Personalmente non affido alla pratica artistica nessuna finalità o funzionalità mirata a un obiettivo specifico: non è una tecnica di problem solving. L’arte è sempre una dimensione del possibile e questo aspetto è già straordinario. Riconosco ai linguaggi dell’arte una capacità potenziale di trasformazione individuale pur realizzandosi nell’essenza universale più profonda. In sostanza, l’arte nella mia esperienza entra a far parte della modalità di relazione con i processi della vita, del lavoro e della progettualità in modo trasversale. È un’altra modalità di affrontare tematiche, di attivare un pensiero esplorativo, di agire costruttivamente. Pratiche come le residenze multidisciplinari, la progettualità arte/impresa, il team building aziendale o processi attivi di cittadinanza nella sfera pubblica sono ormai esperienze diffuse e con risultati molto positivi, soprattutto nelle dinamiche di attenuazione dei conflitti o di creazione di relazioni plurali. È parte della ricerca artistica destrutturare pregiudizi, forme patriarcali o di subalternità, affrontare situazioni di discriminazione più o meno evidenti, generare condizioni di dialogo aggirando consumate logiche di ruoli. Si abbattono barriere alimentando riflessioni “laterali” che arrivano per empatia, per evocazione o destabilizzazione di quelle chiusure su cui si sclerotizzano le incomprensioni, le frustrazioni o le visioni di sé e dell’altro da sé. Nel settore della formazione e del lavoro le barriere, i pregiudizi, le rigidità sono le cause più comuni che ostacolano l’apprendimento o la trasformazione.
T.R. Hai progettato e gestito numerose iniziative in ambito culturale finanziate a livello europeo. Quali sono i temi o le sfide sociali per cui l’arte si è dimostrata particolarmente efficace come strumento di coinvolgimento e apprendimento?
S.R. I progetti europei sono sempre un’occasione di conoscenza e di scambio straordinario. Confrontarsi con culture diverse o comunque con esperienze diverse ha il vantaggio di insegnare principalmente a chi vi lavora il saper ascoltare, mediare nel linguaggio e nel comportamento la propria partecipazione. Non è affatto una competenza immediata e banale: occorre molta disponibilità al dialogo. Fatta questa premessa, potrei citare due esperienze: una chiusa e una in corso in cui l’arte e i linguaggi artistici sono stati centrali nella creazione e realizzazione del progetto. Empact, Empathy and Sustainability, realizzato con diversi partner europei, ha sperimentato attraverso le pratiche artistiche modalità di educazione ambientale e sostenibilità, adottando come elemento centrale di ricerca “l’empatia”. Questo progetto ha coinvolto associazioni non profit e università nella realizzazione di workshop formativi ed educativi per beneficiari di ogni età con una dimensione di cittadinanza attiva e miglioramento delle competenze dei professionisti dell’arte, della cultura e dell’ambiente. Le discipline dell’arte, dal teatro alle arti visive e performative, sono diventate elemento attivatore di coinvolgimento trasformativo in tematiche ambientali attraverso la capacità dei linguaggi artistici di entrare in risonanza, in empatia con il pubblico. Attraverso una relazione empatica si generano relazioni propositive di risposta e di partecipazione in processi di scambio orizzontali e collaborativi.
L’altro progetto in cui sono coinvolta è Shaken Grounds, in fase di realizzazione, e vede coinvolti il Museo d’Arte Contemporanea di Zagabria, le Accademie di Belle Arti di Vienna e Reykjavík, e Centro Itard Lombardia come co-organizzatore del Festival Volcanic Attitude, festival di scienza e cultura contemporanea.
In questo progetto il focus è legato al corpo come sismografo e alla qualità che hanno le terre vulcaniche di interagire con le nostre vite e la trasformazione dei paesaggi, di chi li vive o li attraversa. Tra conoscenze scientifiche e pratiche performative e residenze artistiche, il progetto indaga la possibilità di territori estremi come le isole vulcaniche – Islanda, Sicilia, Eolie – di essere luoghi dove l’esperienza diventa essenza di cambiamento e di riflessione sull’ambiente, sulle relazioni, sul viaggio e sulla possibilità di conferire ai luoghi altre visioni. Nel caso specifico delle Eolie, l’obiettivo è spostare, attraverso esperienze artistiche temporanee non invasive, una visione turistica estrattiva verso una prospettiva di luogo di esplorazione culturale e scientifica, assecondando la qualità dei luoghi e non rincorrendo la prestazionalità standardizzata dell’offerta turistico-balneare.
T.R. Nel mondo della formazione aziendale si parla molto di competenze trasversali come comunicazione, collaborazione, leadership ed empatia. In che modo le metodologie artistiche possono contribuire a sviluppare queste competenze in modo diverso rispetto a una formazione più tradizionale?
S.R. Le pratiche artistiche partecipative radicano le metodologie sulla collaborazione e non sulla competizione. Nell’arte non esiste l’errore, anzi, proprio l’errore è una forma di sconfinamento interessante per decostruire modalità prevaricatrici. La formazione attraverso i linguaggi dell’arte tende sempre a essere orizzontale e inclusiva. La pluralità di esperienze è germinativa e considerata un elemento sfidante. Inevitabilmente si sviluppano capacità di stare in relazione con strategie che insegnano ad adottare più forme di comunicazione, non solo la parola, ma il corpo, la prossemica, l’uso delle immagini, la scrittura non didascalica, la voce. È un’esplorazione di sé che recupera parti di noi poco praticate o dimenticate a favore di una professionalizzazione specialistica e tecnica orientata alla standardizzazione e alla tassonomizzazione. La leadership non è una questione di potere, ma di carisma, di sapersi muovere nel corpo che abbiamo sfruttando tutte le abilità di apprendimento e comunicazione, affinare postura, voce, utilizzo di registri diversi di dialogo… L’arte crea visioni del possibile, consente di aprire i confini e tracciare sguardi diversi, talvolta audaci.
Rispetto alla formazione tradizionale, un’esperienza laboratoriale artistica ha un potenziale di coinvolgimento della persona molto più completo e sinestetico. L’esperienza è una modalità efficace di apprendimento soprattutto, a mio avviso, se sovverte o se si distacca dalle esperienze del percorso scolastico che non di rado tracciano la propensione o il rifiuto di una formazione permanente. Ho spesso riscontrato reticenza, sfiducia e diffidenza di molte e molti lavoratrici e lavoratori nel mettersi in gioco in un percorso di aggiornamento formativo o di riqualificazione proprio a causa di un retaggio scolastico permanente nell’approccio all’acquisizione di competenze tornando ai banchi.
L’arte è un ottimo mediatore di conoscenze e pertanto può avere un ruolo integrativo nei percorsi professionalizzanti.
T.R. Tra i progetti che hai seguito, c’è un’esperienza o un episodio che ti ha fatto comprendere in modo particolarmente evidente il potenziale trasformativo dell’arte sulle persone o sulle comunità?
S.R. Ogni processo artistico è trasformativo, sia per l’artista che per il pubblico coinvolto in qualsiasi fase – la co-creazione, la fruizione, la formazione…
Nella mia esperienza i risultati più profondi e sorprendenti sono tracciati nel tempo. Potrei portare l’esperienza del Festival Volcanic Attitude, festival di scienza e cultura contemporanea, che è alla V edizione. È un festival itinerante tra territori vulcanici da Napoli alle Isole Eolie: ogni anno, tra giugno e settembre, per una settimana il festival raccoglie una cinquantina di viaggiatori che con le organizzatrici – siamo in tre donne nella direzione artistica – affrontano un percorso in compagnia di artiste e artisti, ricercatrici, biologi, geologi… Il programma si svolge sul tragitto da Napoli a Stromboli e Vulcano e sulle isole di Stromboli e Vulcano; si alternano talk, performance, ascese al cratere di Vulcano e momenti conviviali. Tutto il programma è intenso, esperienziale, concreto e al tempo stesso effimero: non colonizza con oggetti il territorio. Trasforma però le persone che sono state coinvolte in testimoni consapevoli e attivi; rimane la loro esperienza vissuta e la conoscenza radicata in loco, che di anno in anno ci ha rese riconoscibili anche dagli abitanti e apprezzate da un pubblico variegato – persone dell’arte, della scienza e da altrə che si prenotano ancor prima che esca il programma.
Il Festival ha colto e dato prospettiva alla ricerca di mete in cui sentirsi parte di un viaggio collettivo consapevole e di conoscenza, e agli operatori locali del turismo una opzione diversa dal divertimento estrattivo.
Non è l’essere riconosciute – che certo ci agevola nelle collaborazioni locali e nell’accoglienza – ma i saperi e l’immaginario diffuso e creato che segnano l’efficacia e la trasformazione delle azioni realizzate.
T.R. Viviamo in un’epoca sempre più digitale, caratterizzata da automazione e intelligenza artificiale. Quale ruolo pensi possano avere creatività, sensibilità artistica e pensiero simbolico nella formazione delle persone nei prossimi anni?
S.R. Il rapporto con la tecnologia e soprattutto con le potenzialità strumentali che automazione e intelligenza artificiale mettono a disposizione degli artisti apre la questione dell’interazione ambivalente.
Le macchine robotizzate della contemporaneità non sono solo diventate strumento di lavoro nelle produzioni artistiche. Penso ai fablab con stampanti 3D che eseguono facilmente forme compiute o prove di realizzazione; allo stesso modo, frese e laser cut digitali. Ma aggiungo anche che le strutture robotiche di varia misura e costruzione hanno superato il ruolo di mero mezzo di produzione per diventare opera e soggetto artistico in sé. Basti pensare all’opera più nota di Sun Yuan e Peng Yu, Can’t Help Myself (2016), esposta alla 58. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia del 2019: un braccio meccanico che cerca di contenere liquido rosso all’interno di una grande bacheca appositamente costruita.
I sistemi di sorveglianza negli spazi pubblici e/o privati, le strutture delle reti di connessione e il loro impatto ecologico, la stessa IA hanno attratto l’attenzione e sono diventate parte della pratica artistica.
Indubbiamente si sono aperte nuove frontiere d’immaginazione e di realizzazione di grammatiche di rappresentazione e trasformazione simbolica: basti pensare solo al rapporto con il corpo, la percezione che ne abbiamo e la relazione di distanza o interpolazione con le macchine e altre specie di umani e non umani, viventi e non viventi. Cito solo brevemente i temi della post-verità e dei linguaggi narrativi e rappresentativi della transmedialità che investono le riflessioni postumanistiche. Donna Haraway, Anna Tsing hanno dato voce alle molteplici istanze di trasformazione della società, della percezione scientifica e dell’interdipendenza che influenzano una parte non trascurabile del pensiero e delle pratiche artistiche.
Eppure la sperimentazione di alcune tecnologie digitali avanzate come l’IA ha creato anche problematiche serie di identità e riconoscibilità delle opere diffuse in rete: direi che in più di un’occasione la logica dell’algoritmo ha messo in crisi il valore dell’autorialità e della tutela della stessa.
Sperimentiamo tecnologie ambivalenti e per lo più poco conoscibili, o meglio poco trasformabili nella loro struttura di controllo. Lavorare con le learning machine, creare nuove forme di rappresentazione o di pensiero cogenerato è una sfida molto allettante per artiste e artisti, che immaginano anche molte forme di futuro possibile.
L’arte e la creatività insegnano a sperimentare forme diverse e “indisciplinate” di relazione con gli altri soggetti o oggetti, senza tassonomie o le categorie dell’errore.
Alimentano lo stimolo alla sperimentazione ma anche alla qualificazione delle competenze tecniche. Gestire processi di creatività narrativa o espressiva veramente nuovi implica anche allenarsi a migliorare la capacità di usare gli strumenti generativi come forma di dialogo e pensiero laterale co-creativo.
Faccio riferimento a un ultimo esempio: l’opera di Pier Giorgio De Pinto, artista digitale, Family Portraits of VNP – Very Normal People, che esplora il concetto di famiglia in una dimensione post-umana attraverso la rappresentazione di 89 nuclei ibridi, simbiotici e transmorfi. Il lavoro integra immagini generate tramite Intelligenza Artificiale, interazione, narrazione speculativa e sistemi archivistici espansi. Nell’opera video dell’artista è evidente una qualificazione di competenze progressivamente più affinata.
T.R. Se dovessi dare un consiglio a un formatore, a un manager o a un professionista che non ha mai utilizzato strumenti artistici nei propri percorsi di sviluppo, da dove suggeriresti di iniziare e perché?
S.R. Il mio primo suggerimento è un’educazione sensorialmente amplificata all’immagine, al suono e al rapporto spazio/corpo. Dedicare il tempo necessario all’ascolto o all’osservazione di immagini d’artista. Almeno una lezione guidata di condivisione e riflessioni incrociate su tutti i temi emergenti o obiettivo dei percorsi in un’esposizione d’arte contemporanea o in collaborazione con un’artista o un collettivo multidisciplinare. Non classificherei discipline specifiche: s’impara dall’opera o dalla ricerca artistica in sé.
L’arte ha toccato tutte le istanze che ci connettono alla vita individuale, di cittadinanza, di lavoro e con sguardi veramente molto variegati e spesso lungimiranti, anticipatori.
Poi credo che l’arte in tutte le sue forme sia una componente necessaria di quotidianità, non un’eccezione – come lo sport, le relazioni sociali, un’abitudine. Le occasioni sono tantissime: oltre ai musei e collezioni pubbliche più impegnative, la rete si compone di gallerie, spazi di ricerca artistica, studi d’artista, librerie e biblioteche, archivi… Consiglio una fruizione in presenza più che digitale (salvo le opere che lo richiedano) e possibilmente con l’opportunità di confronto.
Oggi si parla molto di welfare culturale: attraverso l’arte e la cura del patrimonio artistico si attivano approcci di “buona vita”, salute e riduzione delle diverse forme di stress che ci affliggono per uno stile di vita e lavoro oppressivo, frenetico e sempre performante.
La formazione e l’educazione sono dei dispositivi che dialogano in modo eccellente con questo modello di welfare. Al centro è posta la cura e l’esperienza di cura di sé attraverso l’arte e il patrimonio artistico. In questa cornice, le iniziative che si svolgono dentro ai musei, nei parchi archeologici, all’aperto in parchi e patrimoni ambientali o in studi d’artista diventano strutturali nel capitolo delle politiche del lavoro e della formazione professionale o dell’educazione di cittadinanza attiva e inclusiva.
Sottolineo questo punto chiave perché è stata superata la fase pionieristica: esistono molti casi studio ed esperienze di percorsi formativi contro lo stress da lavoro correlato, per la ridefinizione di relazioni positive, per rafforzare le competenze relazionali, linguistiche, creative, per supportare la persona nella identificazione delle proprie risorse individuali e di mediazione nei team di lavoro. Il welfare culturale e ambientale è parte dell’approccio sanitario e a maggior ragione anche di benessere e crescita personale.
L’intervista a Susanna ci ricorda che l’arte non rappresenta soltanto un patrimonio culturale da conoscere o un’esperienza estetica da vivere, ma può diventare un autentico dispositivo di apprendimento, capace di sviluppare consapevolezza, relazioni e nuove prospettive di interpretazione della realtà. I linguaggi artistici, infatti, ci invitano a sospendere il giudizio, ad accogliere la complessità e a cercare connessioni dove, spesso, siamo abituati a vedere soltanto elementi separati: il significato delle cose emerge più dalle relazioni che esse instaurano e l’innovazione dalla capacità di cambiare punto di osservazione prima ancora che di trovare nuove risposte.
Ringraziamo di cuore Susanna per aver condiviso con noi la sua esperienza, la sua competenza e una visione capace di mettere in dialogo arte, progettazione e formazione. Il suo contributo rappresenta un prezioso invito a considerare la creatività non come un talento riservato a pochi, ma come una competenza che può essere coltivata e allenata, diventando una risorsa concreta per le persone, le organizzazioni e la società.

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