Il mio mestiere non è
Il significato del lavoro oltre l’apparenza
Per gran parte della storia contemporanea la funzione del lavoro è apparsa relativamente chiara. Dalla Prima Rivoluzione Industriale fino alla seconda metà del Novecento, il lavoro è stato interpretato soprattutto come una categoria economica, produttiva e sociale. Nella riflessione di Karl Marx rappresentava il principale strumento attraverso cui l’essere umano trasformava la natura e costruiva la propria identità, pur correndo il rischio di essere alienato dal prodotto della propria attività. Nell’organizzazione scientifica del lavoro elaborata da Frederick Taylor diventava una sequenza razionale di operazioni misurabili e ottimizzabili. Nel fordismo si trasformava nel motore della produzione di massa e della società dei consumi. Persino le grandi contrapposizioni ideologiche del Novecento, dal capitalismo liberale alle diverse forme di socialismo reale, pur divergendo profondamente nelle soluzioni proposte, condividevano in larga misura una medesima convinzione: il lavoro costituiva innanzitutto un problema economico.
Per oltre un secolo la questione centrale è stata come produrre di più, come distribuire meglio la ricchezza, come aumentare l’efficienza, come garantire occupazione. Oggi, almeno nelle economie avanzate, accanto a questi interrogativi ne è emerso un altro, meno evidente ma non meno rilevante: perché un numero crescente di persone, pur disponendo di opportunità professionali impensabili per le generazioni precedenti, dichiara di sentirsi insoddisfatto del proprio lavoro?
La domanda merita attenzione perché sembra descrivere una delle grandi contraddizioni del nostro tempo. Mai come oggi abbiamo avuto accesso a livelli elevati di istruzione, mobilità professionale, possibilità di scelta e strumenti per costruire percorsi lavorativi personalizzati. Eppure le indagini condotte da Gallup sul coinvolgimento dei lavoratori continuano a mostrare livelli di engagement sorprendentemente modesti. Fenomeni come la Great Resignation hanno reso visibile un disagio che probabilmente esisteva già da tempo, suggerendo che per molte persone il problema non sia soltanto trovare un lavoro, ma trovare un lavoro percepito come significativo.
A ben vedere, la questione non è del tutto nuova. Abraham Maslow aveva già osservato che, una volta soddisfatti i bisogni fondamentali, gli individui tendono a orientarsi verso obiettivi differenti, legati all’autostima, all’appartenenza e all’autorealizzazione. Tal Ben-Shahar, tra i principali studiosi della psicologia positiva, ha più volte evidenziato come la relazione tra successo e felicità sia spesso interpretata al contrario: non sarebbe necessariamente il successo a produrre benessere, quanto piuttosto il benessere a favorire prestazioni migliori e risultati più duraturi. In altre parole, ciò che rende una vita professionale soddisfacente non sembra riducibile al solo piano economico.
Questa osservazione conduce a un possibile equivoco che attraversa gran parte della cultura contemporanea. Per molto tempo si è ritenuto che la qualità di una scelta professionale dipendesse principalmente dalla sua capacità di garantire stabilità, sicurezza e riconoscimento sociale. Sarebbe ingenuo negare l’importanza di questi elementi; tuttavia, l’esperienza e la ricerca suggeriscono che essi, pur necessari, non siano sufficienti. Prima o poi emergono domande diverse. Il lavoro che svolgo mi rappresenta? Mi permette di crescere? È coerente con i miei valori? Ha un significato che vada oltre la semplice retribuzione?
È probabilmente a questo livello che la riflessione sul lavoro incontra la domanda sull’identità. Frank Parsons, considerato uno dei padri dell’orientamento professionale moderno, sosteneva che una scelta efficace nasce dall’incontro tra conoscenza di sé, conoscenza delle opportunità e capacità di mettere in relazione le due dimensioni. A distanza di oltre un secolo, il suo modello conserva una sorprendente attualità. Molte difficoltà professionali non derivano infatti dalla scarsità di opportunità, ma dalla difficoltà di comprendere chi siamo, quali capacità desideriamo esprimere e quale contributo intendiamo offrire al mondo.
La psicologia esistenziale ha successivamente ampliato questa prospettiva. Viktor Frankl osservava che l’essere umano non è motivato esclusivamente dalla ricerca del piacere o del successo, ma soprattutto dalla ricerca di significato. Da questo punto di vista, la domanda decisiva non sarebbe tanto come avere successo, quanto comprendere perché valga la pena perseguirlo.
È qui che il lavoro smette di essere soltanto una questione economica e diventa una questione antropologica.
Diverse tradizioni filosofiche e psicologiche sembrano convergere, pur utilizzando linguaggi differenti, attorno a un’intuizione comune. Aristotele parlava di eudaimonia, la piena fioritura delle potenzialità umane. Carl Rogers descriveva una tendenza attualizzante che spinge ogni individuo verso il proprio sviluppo. James Hillman, nel suo celebre Il Codice dell’Anima, ipotizzava l’esistenza di una vocazione profonda che attende di essere riconosciuta e coltivata. Joseph Campbell, attraverso il modello del Viaggio dell’Eroe, raccontava simbolicamente il percorso mediante il quale una persona abbandona ciò che è per diventare ciò che può essere.
Naturalmente nessuna di queste prospettive è dimostrabile in senso stretto. Tuttavia, tutte sembrano voler dire la stessa cosa: gli esseri umani tendono a stare meglio quando percepiscono una coerenza tra ciò che fanno e ciò che sentono di essere.
Se questa ipotesi possiede almeno una parte di verità, allora la qualità di un lavoro non dovrebbe essere valutata esclusivamente sulla base della sua remunerazione o del suo prestigio. Dovrebbe essere valutata anche in relazione alla sua capacità di favorire libertà, autenticità, crescita e contributo.
La ricerca sull’autodeterminazione sviluppata da Edward Deci e Richard Ryan sembra voler dire che l’autonomia costituisce uno dei bisogni psicologici fondamentali dell’essere umano. Carl Rogers sembra voler dire che le persone prosperano quando possono esprimere sé stesse in modo autentico. Gli studi di Mihály Csíkszentmihályi sullo stato di Flow sembrano voler dire che il piacere e il coinvolgimento non rappresentano elementi secondari dell’attività umana, ma segnali della sua riuscita. Viktor Frankl sembra voler dire che il significato nasce spesso dal contributo offerto a qualcosa di più grande del proprio interesse immediato. Erik Erikson, con il concetto di generatività, sembra voler dire che una delle aspirazioni più profonde della maturità consiste nel lasciare qualcosa che continui a produrre valore oltre la propria presenza.
Letti insieme, questi contributi delineano una possibile immagine del lavoro riuscito. Un lavoro sufficientemente libero da consentire scelta e iniziativa, sufficientemente autonomo da permettere responsabilità personale, sufficientemente interessante da risultare bello, sufficientemente coerente con i propri principi da apparire giusto, sufficientemente autentico da consentire di essere veri, sufficientemente utile da essere percepito come buono e sufficientemente fecondo da generare valore per altri.
Naturalmente si tratta di un modello ideale. Anche perché, se esistesse davvero il lavoro perfetto, qualcuno avrebbe probabilmente già trovato il modo di venderlo in franchising.
Eppure l’idea conserva una sua forza. Non perché prometta una soluzione semplice, ma perché invita a formulare domande migliori.
Nel volume The Top Five Regrets of the Dying, l’infermiera australiana Bronnie Ware racconta i rimpianti più frequentemente espressi da persone giunte alla fine della propria vita. Colpisce osservare come tali rimpianti raramente riguardino obiettivi economici mancati o occasioni professionali perdute. Più spesso riguardano possibilità non esplorate, desideri rimandati, vite non vissute.
Forse è proprio qui che la riflessione sul lavoro incontra quella sul significato dell’esistenza. Perché la questione professionale, in ultima analisi, non riguarda soltanto il lavoro. Riguarda il tempo. E il modo in cui scegliamo di impiegarlo.
La domanda decisiva, allora, potrebbe non essere quale professione svolgere, ma se la vita che stiamo costruendo attraverso il nostro lavoro sia coerente con la persona che stiamo diventando.

Lascia un commento
Devi essere connesso per inviare un commento.