La sostenibilità non è un tema. È un modo di stare al mondo
In questo numero della Training Review dedicato alla sostenibilità, abbiamo scelto di non fermarci alla sua dimensione più visibile — quella ambientale o normativa — ma di esplorarne il significato più profondo, sistemico e umano.
Per farlo, abbiamo coinvolto Silvia Mandelli, consulente in sostenibilità e sviluppo organizzativo, che accompagna persone e imprese in percorsi di transizione verso modelli più consapevoli, equilibrati e duraturi.
Il suo approccio si distingue per una visione ampia e integrata: la sostenibilità non come insieme di pratiche da applicare, ma come un modo di interpretare il funzionamento delle organizzazioni e il loro ruolo all’interno di un sistema più grande.

Ne è nata una conversazione ricca, che tocca temi spesso trascurati: la distanza tra dichiarazioni e realtà, la resistenza al cambiamento, il ruolo decisivo delle persone e la necessità di una evoluzione culturale prima ancora che tecnica.
T.R. Prima di entrare nel tema: ci racconti un po’ chi sei oggi e qual è il tuo rapporto con la sostenibilità? Di cosa ti occupi concretamente?
S.M. Sono una persona curiosa, costruttiva, tenace, idealista pragmatica e resiliente, una donna, una mamma, una cittadina attiva, e tante altre “cose”.
Sto attraversando una fase di ricognizione e ponderazione di alcuni aspetti per completare la definizione di un mio modo di lavorare da libera professionista in collaborazione con altri esperti per contribuire a realizzare la transizione che ritengo necessaria verso condizioni di realtà più desiderabili, aiutando persone e imprese a comprendere e rendere concreta la sostenibilità attraverso piacevoli scoperte e intuizioni possibili e come fonte di soddisfazione.
Il mio rapporto con la sostenibilità quindi si può dire è…totalitario. Non perché io ne sia una “paladina integralista”, anzi, sono molto propensa a rigettare gli estremismi, bensì perché ritengo che la sostenibilità sia un approccio generale, trasversale, pervasivo, da comprendere, riscoprire e sperimentare, secondo una visione ecosistemica e di evoluzione umana in cui lo sviluppo sia prevalentemente immateriale.
La sostenibilità è secondo me un modo di vivere – forse l’unico possibile per noi esseri umani come specie evolvente – una ricerca costante dell’equilibrio dinamico che consenta una dimensione tanto individuale quanto collettiva di sopravvivenza e benessere, una convergenza verso un diffuso “buen vivir”.
T.R Quando si parla di sostenibilità oggi, si pensa subito all’ambiente. Dal tuo punto di vista, che cosa significa davvero “essere sostenibili” per un’organizzazione?
S.M. Oggi si pensa subito all’ambiente, è vero, quasi come il termine sostenibilità sia per molti una traslazione automatica e parziale dell’ambientalismo. Al contempo molti, soprattutto in àmbito aziendale e finanziario, sono già “passati sopra” a questo termine, forse perché per qualche tempo abusato o forse perché ritenuto molto complesso o vago.
Io credo che la questione stìa nella mancanza o lacunosità di comprensione effettiva della natura della sostenibilità, nella tendenza alla compartimentazione e frammentazione e nella velocità frenetica in cui spesso ci costringiamo, come sistema economico.
Per un’organizzazione “essere sostenibili” significa agire per la propria durabilità nel tempo in base a una missione da compiere che abbia utilità economica in senso esteso, con obiettivi di profitto non a qualunque costo e non fine a se stesso, integrando aspetti ambientali naturali e umani orientando finalità, oggetto e modalità di produzione considerando effetti positivi e negativi di breve, medio e lungo termine al fine di prevenire e minimizzare quelli negativi. Significa sentirsi intrinsecamente un organo che esiste grazie a tutte le sue componenti e che serve e funziona entro a un corpo di cui fa parte.
T.R Nella tua esperienza concreta con le aziende, qual è la distanza più grande tra ciò che le organizzazioni dichiarano sulla sostenibilità e ciò che fanno realmente?
S.M. Direi che la distanza più grande sta tra le dichiarazioni di intenti (spesso con enfasi e parole vaghe) e la mancanza di un ripensamento e una formulazione strategici da cui evincere cambiamenti più o meno sostanziali e una roadmap di medio-lungo periodo rispetto cui declinare prioritariamente azioni e risultati di breve-medio periodo. Spesso pertanto si deduce che le dichiarazioni di intenti siano state rese più per pressione all’apparenza che per coscienza sostanziale, denotando che non siano stati effettivamente elaborati, di che portata siano e perché e come l’organizzazione intende agire e realizzarli.
T.R Quali sono le difficoltà più frequenti che incontri quando un’azienda decide di intraprendere un percorso di sostenibilità?
S.M. Ci sono a mio avviso due ordini di difficoltà: la prima è concettuale, la seconda è organizzativo-fattuale, e a seconda di quanto ampiamente e radicalmente si affronta la prima dipendono le scelte e le possibilità di risultato con cui si affronta la seconda.
A monte di tutto, la difficoltà maggiore è costituita dalla resistenza al cambiamento.
Anche in progetti relativamente semplici, molto frequentemente gli aspetti che più si manifestano hanno a che fare con:
- chiarezza e diffusione del messaggio
- autorevolezza e fiducia in chi veicola il messaggio e il progetto
- condivisione della motivazione
- possibilità effettiva di coinvolgimento e costruzione partecipata
- tempo e risorse a disposizione
Sono tutti aspetti correlati alla gestione della resistenza al cambiamento che le persone, e quindi le organizzazioni, più o meno irrazionalmente hanno. È anche un meccanismo legato all’istinto di autoconservazione, che ci spinge a evitare situazioni incerte e sconosciute, forse dunque potenzialmente pericolose, mantenendoci nella nostra “zona di comfort”.
Peccato però, purtroppo, che il cambiamento è anche insito nella natura e in questo caso è non solo necessario ma di più ampia portata, e la resistenza al cambiamento paradossalmente ora non ci autoconserverà bensì ci sta portando all’autosabotaggio. Ciò è cosa temibile e difficile da accettare, per cui spesso più o meno inconsciamente oggetto di rigetto. Il combinato delle due porta sovente a reazioni di negazione, “effetto struzzo”, “paralisi”, paura e ansia. Saper gestire tutto ciò con convinzione, lucidità, empatìa e pragmatismo è sicuramente molto difficile.
T.R Quanto conta il fattore umano nei progetti di sostenibilità? Ti è mai capitato che un progetto “tecnicamente perfetto” non funzionasse per dinamiche interne alle persone o ai team?
S.M. Proprio per quanto dicevo pocanzi, il fattore umano conta moltissimo. La componente psicoattitudinale e gli aspetti relazionali, motivazionali e socioculturali sono molto influenti e finanche determinanti sulla qualità e riuscita di un progetto, che sebbene “tecnicamente perfetto” può fallire qualora non ne tenga debitamente conto.
Le organizzazioni sono “gruppi organizzati di persone”, non dimentichiamolo. Perciò, come possibile che non siano rilevanti le caratteristiche di chi le compone, della struttura e approccio organizzativo, e delle dinamiche individuali e di gruppo che ne scaturiscono e la influenzano?
T.R Dal tuo osservatorio, quali comportamenti o atteggiamenti delle persone fanno davvero la differenza nel rendere un’organizzazione sostenibile nel tempo?
S.M. Non è facile rispondere a questa domanda, perché mi son fatta l’idea sia una sorta di ricerca alchemica, in cui non c’è una ricetta unica, una formula da poter applicare che vada bene in ogni caso; bisogna avere un’idea di fondo e “sperimentare in base agli ingredienti”, princìpi attivi e non, azioni e reazioni, …
Posso dire che in generale sì sono necessari alcuni aspetti che ogni componente abbia con se stessa e reciprocamente con le altre: atteggiamenti e comportamenti di considerazione, rispetto, onestà, consapevolezza della situazione e condizioni attuali, presenza di uno spazio di apertura a modifiche/innovazioni, comprensione e condivisione della motivazione e direzione del cambiamento che si intende perseguire, coerenza, fiducia, approccio collaborativo fattivo.
T.R Se dovessi dare un consiglio a un HR Manager: da dove bisognerebbe partire per costruire una sostenibilità reale e non solo formale?
S.M. Dall’idea che le persone dell’organizzazione hanno della sostenibilità, dall’idea che ne ha chi decide e chi governa l’organizzazione, con onestà e apertura al dubbio e alla possibilità, dal confronto delle idee che l’organizzazione dunque ha e può farsi di cosa vuol dire e come tradurre e mettere in pratica un proprio percorso di sostenibilità su cui incamminarsi come persone e come organizzazione.
T.R Guardando al futuro: come immagini evolverà il concetto di sostenibilità nei prossimi anni? Diventerà sempre più una questione tecnica o sempre più una questione culturale e umana?
S.M. Il concetto di sostenibilità è al momento largamente o ancora sostanzialmente ignorato oppure considerato come questione tecnica di qualcosa di aggiuntivo.
Nel prossimo futuro, spero anzi più subito che un domani, immagino che manterrà aspetti tecnici, che pur ci sono, evolvendo a questione culturale e umana ampia e trasversale quale è; ne potremmo realizzare primariamente risultati tangibili atecnici nonché nuove modalità e soluzioni tecniche.
Ritengo infatti che la tecnologia non sia, non debba e non possa essere di per sé la panacea risolutiva. L’evoluzione a questione culturale e umana ci serve, come esseri umani e per saper indirizzare, realizzare e utilizzare opportunamente tecnologia che ci aiuti, costruendo e conquistando una nuova normalità, più sana.
Ringraziamo Silvia per la profondità e la lucidità delle sue riflessioni.
Le sue parole ci ricordano che la sostenibilità non è soltanto una questione di strumenti, indicatori o tecnologie, ma un processo che riguarda il modo in cui le organizzazioni pensano, decidono e, soprattutto, vivono.
Una trasformazione che passa inevitabilmente dalle persone: dalla loro capacità di comprendere, di mettersi in discussione e di effettuare, insieme, un salto evolutivo e costruire nuovi equilibri volti a un benessere diffuso duraturo nel tempo.

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