Empowerment narrativo
Scrivere per ritrovarsi: l’autobiografia come risorsa
Rallentare, mettere ordine, riconoscere ciò che conta davvero. Un’esplorazione del valore della narrazione personale come strumento per attivare risorse profonde e costruire il meglio per sé e per gli altri.
La scrittura non è solo un atto creativo. È un atto di verità.
È uno spazio fuori dal tempo in cui possiamo fermarci, guardarci senza alibi, mettere ordine, riconoscere risorse che non sapevamo di avere.
In questo numero della Training Review dialoghiamo con Salvatore Vitellino., scrittore, editor freelance, agente letterario e autore di podcast. Otto libri pubblicati, vent’anni nel mondo dell’editoria e un percorso personale che dimostra come raccontarsi possa diventare uno strumento di rinascita.

Da questo incontro nasce anche “Empowerment Narrativo”, il percorso che abbiamo costruito insieme per unire scrittura e coaching.
Ecco la sua storia.
T.R. Partiamo da te. Sei scrittore, editor freelance, agente letterario, autore di podcast e blogger. Come nasce il tuo rapporto con la scrittura?
S.V. Alle scuole medie ero bravo nei temi, e al liceo avevo una dialettica tale che a volte riuscivo a prendere in giro i prof facendo credere che ero preparato quando in realtà non lo ero. Tranne nelle materie scientifiche, lì non puoi bluffare. Eppure io non ho manifestato talento nella scrittura, bensì nella musica. Dai dieci anni fino ai venti ho studiato pianoforte e poi composizione, io e la mia famiglia ritenevamo che fossi bravo, che avessi talento come compositore, mi sono trasferito a Milano dalla Sicilia, sono entrato al conservatorio per studiare come si scrive la musica… ma dopo sei mesi sono uscito e mi sono ritrovato da solo, con una casa col mutuo sulle spalle, e a 22 anni non sapevo cosa fare della mia vita. Ho dovuto ammettere che dopo essere entrato al tempio della musica classica non mi veniva più fuori una nota dalla testa, per dieci anni avevo composto melodie al pianoforte (anche se non le sapevo scrivere) e adesso il silenzio totale. Pensavo fosse colpa del fatto che non avevo il pianoforte, che mi dovevo ambientare, ma la verità era che tutto il talento che credevo non c’era più, si era esaurito. Non si ammette su due piedi che non hai più talento. Che ti sei sbagliato. Cerchi scuse e cerchi di scaricare la responsabilità su altro e altri.
Mi ha salvato la scrittura. Nel senso che in quei mesi stavo scrivendo un romanzo – storia d’amore adolescenziale, per intenderci tipo Jack Frusciante è uscito dal gruppo che all’epoca fu un successone – e ogni sera se non finivo di scrivere una scena non mi sentivo soddisfatto, a posto con me stesso. L’ho finito, e sono arrivato vicinissimo a pubblicarlo con Mondadori. Solo che alla fine fu scartato perché aveva un’idea ambiziosa, voleva essere un romanzo con colonna sonora – il lettore doveva leggere e contemporaneamente ascoltare le musiche contenute in certe scene – il che comportava dei costi di produzione tali da richiedere un prezzo di copertina intorno ai 35 euro di oggi, una follia per il romanzo di un esordiente.
Così ho capito che se per caso avevo una qualche forma di talento, quella avrebbe potuto prendere la via delle parole e non delle note.
Così ho ripreso gli studi in filosofia e nel 1998 sono entrato a lavorare nel mondo dell’editoria. E solo nel 2018 ho pubblicato il mio primo libro a 4 mani. Poi non mi sono più fermato.
T.R. Nel tuo lavoro hai conosciuto tanti autori: cosa distingue una storia qualunque da una storia che lascia il segno?
S.V. La risposta breve è: la verità! O meglio, la capacità di essere veri. La risposta più lunga è più complessa. Tu puoi essere un autore sconosciuto al tuo primo libro ma o hai una tua storia personale incredibilmente potente, e la racconti senza peli sulla lingua, o hai inventato una storia che pur nella finzione narrativa dice molte più cose sulla vita vera di quante ne leggiamo e sentiamo da penne affermate. Per la storia che narri, per la lingua che usi, per lo sguardo che vede cose che gli altri non vedono, per questo insieme di cose la tua voce è unica, si distingue dai cliché o dalle mode, perché anche nella scrittura ci sono le mode, e tutti se ne accorgono. Quindi non è detto che se sei uno scrittore affermato lasci il segno, perché spesso quando sei bravo e hai successo, un po’ ti spinge l’editore a scrivere altri libri e fare fatturato, un po’ ti spinge il tuo autocompiacimento, un po’ hai tante storie nella testa e sai metterle nella pagina, ma anche se sai divertire o commuovere, non vuol dire che tu riesca a trovare quello sguardo sulla vita che spiazza, quelle idee e quelle costruzioni narrative che non ti lasciano a lungo e ti fanno desiderare di restare dentro le pagine. Può anche succedere che il mestiere di narrare ti rende abile ma meno genuino, certo se sei molto bravo è difficile accorgersi che non sei più vero e profondo, dai una parvenza di profondità, ma un occhio allenato lo percepisce.
T.R. Otto libri dopo: quali sono le lezioni più importanti che la scrittura ti ha insegnato su di te e quali convinzioni ti ha costretto a rimettere in discussione?
S.V. Due riflessioni tecniche che credo valgano per qualsiasi ambito, non solo artistico. E sono un po’ il prosieguo della risposta precedente. La prima lezione è che la scrittura vuole il suo tempo, che non vuol dire necessariamente tempo di orologio o di calendario, vuol dire tempo di qualità. La scrittura di per sé, anche solo scrivere una pagina di diario, ti costringe a fermarti e a sottrarti al flusso dello scorrere del tempo che sperimentiamo ogni giorno. La scrittura avviene fuori dal tempo. In quello spazio puoi raggiungere la verità di cui parlavo prima. Quando quel tempo è inquinato da altri pensieri, vuol dire che non sei dentro la storia. Mi spiego meglio: io ho scritto un libro con l’ultramaratoneta Roberto Zanda – che ha perso i piedi per via di un congelamento nella Jukon Marathon nei luoghi di Zanna bianca, nel Canada – ebbene l’ho scritto in un mese netto, di getto, buona la prima. Ma ero talmente “dentro la storia” che è venuto un bel libro. A volte però, anche se ti prendi un tempo giusto, non sei tu nel tempo di quello storia o di quella vita che narri, e il risultato si vede. E qui arriva la convinzione da sfatare. Non è vero che l’esperienza e il “mestiere” possono sopperire alla mancanza di ispirazione, a quando sei scarico, o quando tu per primo non credi in quella storia, o quando vuoi finire un libro per finirlo ma in fondo non hai molto da dire. Un po’ quello che cercavo di fare al liceo, vender fumo, imbellettare con le parole un vuoto di concetti. Può funzionare con qualcuno, ma prima o poi quello che capisce che stai vendendo fumo lo trovi ed è imbarazzante. Purtroppo a un certo punto può succedere a tutti, fare le cose per me mestiere e non per ispirazione.
T.R. Noi ci siamo conosciuti in un momento particolare della tua vita professionale: ti andrebbe di raccontare cosa stava accadendo!?
S.V. Era la fine del 2017 e inizio del 2018. Io uscivo dalla casa editrice in cui avevo lavorato dal 2000. La Baldini & Castoldi. L’editore era andato incontro a un fallimento e successivo acquisto da parte di un altro marchio che ha sforbiciato 3/4 dei dipendenti. Diventavo obtorto collo partita iva ed ero molto spaventato, avrei trovato i clienti? sarei riuscito a mantenere un flusso di cassa? Sarei riuscito a crescere professionalmente? Erano le domande che mi ronzavano in testa perennemente mentre dovevo svolgere i colloqui di orientamento obbligatori per avere la Naspi e usufruire di quel percorso di ricollocamento che all’epoca si chiamava Dote Lavoro. E tu sei stato per pochi incontri mio mentore in questo percorso.
T.R. A distanza di anni, come la vedi ora!? cosa è cambiato di più!?
S.V. La vedo bene, per i motivi che racconterò anche dopo. Appena uscito dalla casa editrice ero ossessionato dalla spinta a diversificare le attività nella convinzione che seminando tante strade parallelamente all’editoria una mi avrebbe portato da qualche parte con successo. Invece mentre percorrevo tante strade parallele – scrittura, idee per trasmissioni radiofoniche, podcast, agente e coach di scrittura per i libri altrui – alla fine ho capito che devi concentrarti su una abilità specifica e sviluppare quella, non è umanamente possibile dare il meglio in troppe sotto professioni. Al tempo stesso però, ho imparato che devi sempre mantenerti attivo con le idee, fare associazioni giuste di persone, possibilità creative, esigenze professionali tue e degli altri, devi sempre essere pronto a inserirti dove c’è un bisogno e dove capisci che le tue competenze possono dare frutto. È difficile, è stancante, ma ti tiene sempre attivo, entusiasta, ti dà anche una carica fisica non indifferente. E ti fa credere in te stesso, se riesci a resistere ai tanti fallimenti, ai progetti abortiti, agli incontri promettenti che poi si perdono per strada, alle porte chiuse in faccia. Tutto deve servirti a rafforzarti non ostinandoti a proporre sempre le stesse idee, ma facendoti evolvere in fretta e adattarti ai nuovi contesti con profitto. Prima o poi l’incastro giusto fra le tue idee e l’ambiente che le può accogliere arriva, come è successo professionalmente anche con noi due, che dopo anni adesso facciamo un corso assieme, e uniamo le competenze nella scrittura e quelle nella formazione.
T.R. Infatti. Nel percorso “Empowerment Narrativo” uniamo coaching e scrittura. Perché la scrittura, secondo te, è uno strumento così potente nei momenti di crisi o disorientamento?
S.V. Quando io tengo i miei corsi di scrittura, sia che il pubblico siano bambini delle scuole o adulti, chiedo a tutti: perché secondo voi siamo spinti a scrivere? Per sottrarre all’oblio del tempo ciò che ci è caro. Per rivivere emozioni perdute e riscrivere le nostre vite evitando certi errori. Per trasmettere agli altri quello che abbiamo capito in ritardo. Per indicare un percorso pieno di sbagli che ci hanno fatto capire qualcosa che ha dato senso alla nostra vita e vorremmo desse senso anche a quella degli altri. Potrei andare avanti per tre pagine… Però già queste ragioni contengono la risposta. La scrittura ci costringe a fermarci, o meglio stoppa il nostro self talk che nei momenti di crisi è ossessivo, ci inquina i pensieri e le emozioni, ci espone a uno stress psico-fisico che non ci rende lucidi, e quando perdiamo il lavoro o abbiamo dei profetti professionali che comportano una bella sfida e mettono in discussione tutte le nostre abitudini, beh in quei casi abbiamo bisogno proprio di fermarci e mettere ordine nelle nostre emozioni e nei nostri pensieri. In questo compito ci può aiutare tantissimo la scrittura in due fasi: primo, mettere nero su bianco paure, angosce, preoccupazioni anche verso le persone a noi care, ci aiuta a liberarcene, a dare loro una priorità, e a lasciarle andare. Ci sono filoni di studi sulla “scrittura espressiva” che risalgono alla fine degli anni Ottanta, i cui pionieri sono stati gli psicologi americani James Pennebaker e Joshua Smyth, che hanno dimostrato come tirare fuori emozioni negative e riflessioni su eventi traumatici della nostra vita ci permetta di migliorare le nostre performance nel lavoro, nello studio, e soprattutto ci fa stare meglio, anche in termini di sistema immunitario. La seconda fase, dopo aver scaricato lo stress mentale e il disordine delle idee, è quella di mettere a fuoco il percorso migliore per raggiungere il nostro obiettivo. Anche in questo caso, il passare dal ragionamento sfuggente al mettere nero su bianco quel ragionamento nelle sue articolazioni, fa una differenza enorme perché ci permette di vedere errori, incompletezze, di guardare la faccenda da tante angolazioni, di sviscerare dettagli che la nostra voce interiore agitate non vede.
La scrittura ci costringe a rallentare, a dare uno sguardo profondo alle cose, ad essere onesti con noi stessi per capire quali risorse abbiamo, a mettere uno dietro l’altro i tasselli del nostro piano di azione per vedere se stanno in piedi.
T.R. Nel programma parliamo di Viaggio dell’Eroe e di “Show, don’t tell”. Perché queste tecniche, nate nella narrativa, sono utili anche per chi deve reinventarsi professionalmente?
S.V. Il tema è sempre quello della verità. Uscire da noi stessi e diventare narratori della nostra vita immaginandola come un viaggio dell’eroe con le sue cadute, le soglie da superare, i compagni di viaggio a cui affidarci, le lezioni da utilizzare per avanzare di livello ecc… tutto ciò ci permette di avere quel giusto distacco dalla battaglia in cui siamo immersi che dovrebbe aiutarci a vedere quello che nel mezzo della mischia non vediamo. Lo Show don’t tell ci aiuta nello stesso modo. L’errore che fanno i principianti della scrittura è di spiegare tutto, descrivere le emozioni e le azioni dei protagonisti come se fossero personaggi bidimensionali. Invece bisogna mostrare fatti, particolari, o anche omettere di dire qualcosa in realtà mostrandola con la sua assenza, e poiché noi siamo capaci di notare tutto, questi particolari mostrati, anche psicologici, ci dicono molto più delle spiegazioni pedanti. Per mostrare però devi avere la capacità di notare cosa mostrare, cioè più tu sei bravo e notare sfumature di comportamenti, anche accenni di gesti, più sei un grande scrittore perché fai intuire al lettore quello che tu non hai spiegato ma su cui ha lanciato un flash di attenzione, come avviene ogni giorno nelle relazioni interpersonali. Da micro segnali noi capiamo già il carattere di una persona. Applicato a noi stessi, vuol dire che dobbiamo avere la capacità di osservare i nostri tic, i modi in cui ci nascondiamo a noi stessi, le frasi che ci ripetiamo per scusarci di quello che non facciamo, le abitudini talmente grandi che abbracciano tutto e per notare le quali bisogna proprio uscire dalla nostra routine mentale. Riuscire a fare questo, a raccontarsi come un personaggio di una storia con occhio impietoso, vuol dire aver raggiunto un livello di onestà interiore notevole.
T.R. Molte persone vivono alcune esperienze della propria vita come fallimenti o battute d’arresto. Cosa cambia quando quelle stesse esperienze vengono riscritte come tappe di un percorso di crescita ed evoluzione?
S.V. Cambia che le metti in prospettiva e le capisci con il senno di poi. Purtroppo questo avviene sempre quando è tardi, impariamo dagli errori quando sono già avvenuti da un po’, perché per riflettere sui fallimenti ci vuole tempo. Però, ad esempio, una riflessione autobiografica fatta non 10 anni dopo un fallimento, ma anche 6 mesi dopo, può aiutarti a mettere quell’ordine nella mente che dicevo prima che potrebbe aiutarti a capire che magari stai commettendo lo stesso errore sotto mentite spoglie, oppure che in quella crisi sono emerse delle qualità che non hanno avuto modo di manifestarsi appieno e che se ti fermi a ragionarci possono dare frutti nelle esperienze che stai per fare, senza dover capire la lezione per forza dopo tanti anni. Se io, per esempio, avessi usato la scrittura non per narrare ma per riflettere su di me otto anni fa, probabilmente sarei arrivato alle conclusioni e le scelte professionali di oggi molto tempo prima.
T.R. Una parte del corso riguarda anche il mondo editoriale: pubblicare un libro è davvero possibile per chi non è già uno scrittore affermato?
S.V. Lo scrittore affermato prima di diventarlo era uno sconosciuto. La verità è che nella narrativa se c’è un talento puro riesce ancora a emergere. Il problema è che in Italia sono più le persone che vogliono scrivere, magari leggendo pochissimo, di quelle che leggono a fanno andare avanti il mondo dei libri. E poi, rispetto ai tempi di Calvino o Gadda o Pavese, cioè rispetto agli anni Cinquanta o Sessanta, la quantità di persone con istruzione superiore e capacità di scrittura è enormemente cresciuta, per cui la concorrenza è spietatissima. Per cui si riesce a pubblicare se sei un esordiente, ma devi essere veramente dotato di una scrittura e di idee narrative speciali, e poi devi farti rappresentare da un agente, perché oggigiorno pensare di mandare un manoscritto e che venga letto da un editor che poi ti chiama e ti dice ti pubblichiamo è quasi fantascienza. Ci vuole qualcuno che introduce agli editori e che cattura la loro attenzione.
T.R. Dal tuo osservatorio nel mercato editoriale, cosa cercano oggi editori e lettori nelle storie autobiografiche?
S.V. Gli editori cercano i follower più che le storie. Se hai una vicenda personale che sei riuscito a raccontare con successo sui social conquistandoti un grande seguito, allora gli editori ti vengono a cercare e pensano ragionevolmente che i tuoi follower ti daranno fiducia anche come scrittore (tanto al limite gli editori ti affiancano un ghostwriter che scrive per te ma nessuno lo saprà). Purtroppo se hai una grande storia ma non sei noto l’unica speranza è che uno scrittore ti noti e decida di raccontare la tua storia, come è successo a me diverse volte. I lettori beh, in teoria vogliono storie in cui appassionarsi e riconoscersi a prescindere dalla notorietà dell’autore. Per fortuna certi esordi fenomenali diventati grandi successi editoriali recenti lo dimostrano, pensiamo a Viola Ardone che ha raccontato la storia dei bambini campani che nel dopoguerra venivano spediti al Nord per avere di che sfamarsi, anche se questo voleva dire affidarli ad altre famiglie; o pensiamo alla saga della famiglia Florio che ha regalato un successo enorme a Stefania Auci. E a tutte le saghe familiari che ne sono derivate come fenomeno editoriale. O pensiamo a Le otto montagne di Cognetti. Anche se non sono autobiografie ma hanno un che di biografico, le storie che le persone cercano e di cui si innamorano sono quelle che mettono in scena tensioni drammatiche che nella nostra ordinarietà innocua noi oggi non viviamo più ma che magari la generazione dei nostri genitori sì. Dove c’era più sofferenza c’era più bellezza.
T.R. Mi dici 3 buoni motivi per cui qualcuno dovrebbe partecipare a Empowerment Narrativo!?
S.V. Facciamo i copywriter, va bene. Ecco uno slogan in stile automobilistico. Se non vuoi sbagliare strada o arrivare in ritardo agli obiettivi che desideri, questo corso ti dà il navigatore e il pieno di carburante. Che fuor di metafora vuol dire:
- fermati e studia il percorso (ossia il tempo della scrittura ti costringe a raccontarti con onestà chi sei e da dove vieni, se continui a girare in circolo senza studiare il percorso finirai per perderti o per seguire la massa. Se non lo fai il rischio è che trovi la strada in ritardo, quando gli altri sono già arrivati da tempo);
- calcola la destinazione (la scrittura ti fa lasciare andare l’ansia di perderti, ti fa mettere ordine nei tuoi strumenti e nei percorsi che realisticamente puoi seguire, ti costringe a fermarti e ragionare su dove vuoi andare, e a capire quali strade non si addicono alle tue risorse);
- e riparti col pieno di carburante (cioè la scrittura ti chiarisce quali sono le tue qualità che in quel momento ti possono essere utili, saperti raccontare nel modo giusto ti dà l’energia per fare quello che fino a quel momento non avevi le forze per farlo)
Raccontarsi non significa inventarsi una nuova identità.
Significa avere il coraggio di guardare la propria storia con lucidità, togliere le maschere, distinguere ciò che è essenziale da ciò che è rumore.
Ringraziamo Salvatore per aver condiviso con trasparenza il suo percorso e le sue riflessioni sul mestiere della scrittura e sul valore della verità narrativa.
Da questo dialogo nasce “Empowerment Narrativo”: un laboratorio in cui scrittura e coaching si incontrano per trasformare l’esperienza in consapevolezza e la consapevolezza in azione.
Perché a volte non serve cambiare vita.
Serve imparare a raccontarla nel modo giusto.

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